le querele, le liti inutili e gli scrittori(?)

Dovete sapere che Massimiliano Parente ha approfittato dell’indignazione  e dello stracciamento di vesti da parte di un gruppo di scrittori (di cui non ho letto nulla e di cui non me ne frega una beneamata cippa) contro Carofiglio che ha querelato un altro tizio, tale Vincenzo Ostuni (che lo aveva definito scribacchino), per tirare una bordata pesante contro tutti questi soggetti e ridicolizzarli pesantemente, definendoli tutti scribacchini. Io mi schiero al suo fianco, anche se non gliene può fregar di meno. Siamo al ridicolo… Questo tizi, sicuramente annoiati, ne hanno approfittato per incontrarsi, fare un po’ di caciara e poi andare a mangiare in trattoria. Carofiglio, possibilmente non ricordando la lentezza del carrozzone Justitia (eppure come magistrato dovrebbe saperlo) ed avendo anche lui tanto tempo libero (evidentemente ‘sti “artisti”  passano le giornate a meditare) e soldi per gli avvocati, decide invece di querelare l’altro per la parola “scribacchino”. Ma buon Carofiglio, che problema hai? Vuoi farti soldi facili con la querela? Perché solo così comprendo il tuo gesto. Il Querelato non ha usato, secondo me,  né buon gusto né fantasia, non avendo fatto uso di salaci commenti o di un raccontino sarcastico per allietarci, invece si è limitato ad una critica elementare e dovrebbe essere processato per banalità ed ovvietà, data la sua preparazione culturale. Quell’altro invece, il Gianrico poteva semplicemente mandarlo a cagare o fare un raccontino ancora più sarcastico e astioso, infarcito di pungente risentimento contro Ostuni, rispondendo quindi di fioretto. Per me è così che si dovrebbe fare nel mondo della critica letteraria e politica, a parte i casi gravi ovviamente. Intellettualoidi a voi mi rivolgo: dovete divertici con le vostre schermaglie, è questo il vostro compito nella società! Invece no, questi quattro arroganti e tronfi scrittori, mostrano di essere scribacchini e di mancare di quell’altero, nobile ed intellettuale distacco che dovrebbero avere rispetto alle critiche e che si manifesta con il sarcasmo più perfetto. Niente li differenzia dalle casalinghe di borgata che si querelano in continuazione. Purtroppo…

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La rubrica delle date- 24 settembre 1725

Nel lontano 1725 in questo giorno nasceva un uomo con uno dei cognomi più conosciuti al mondo: Arthur Guinness. Sappiate che il libro non è direttamente legato a lui, ma ha un piccolo posto in questa storia. Quest’uomo dal naso abbastanza grande e l’aspetto da notabile di provincia è colui al quale gli amanti della birra debbono molte delle loro sbronze. Originario di Celbridge, crebbe nella contea di Kildare perché il padre era amministratore delle terre dell’arcivescovo di Cahel. Evidentemente il padre era un ottimo amministratore, infatti il buon ecclesiastico lasciò in eredità e con profondo spirito cristiano 100 sterline a ciascuno dei membri della famiglia Guinness*. Arthur, di cui non si hanno notizie sull’educazione ricevuta**, con notevole spirito pratico decise di aprire un piccolo birrificio a Leixlip nel 1755, ma dopo quattro anni, dimostrando spirito imprenditoriale e coraggio, lasciò l’impresa al fratello minore per trasferirsi a Dublino, stipulando un contratto di affitto della durata di 9000 anni (della serie, non si sa mai…) per l’affitto del  St. James’s Gate Brewery, che diventò la sede del più famoso birrificio d’irlanda. Inizialmente si dedicò solo alla produzione della birra ale. La birra gli portò fortuna anche sul lato privato perché nel ’61, presumo nella bella Dublino, sposò Olivia Whitmore, che fu madre di ben 21 figli (doveva avere molto tempo libero…). In quegli anni si trasferì in un quartiere bene della città e dal 1767 fu a capo della corporazione dei mastri birrai fino alla morte, un incarico di prestigio, che lo fece diventare anche una figura interessante politicamente, tanto che rappresentò la corporazione nel consiglio comunale dublinese. Intanto gli affari proseguivano a gonfie vele e lui cominciò a fare esperimenti sulla birra porter, che già altri mastri birrai irlandesi avevano cominciato a produrre, anche come risposta alla concorrenza spietata di Londra. Nel 1778 fu venduta presumibilmente la prima Guinness come noi la intendiamo oggi, se si vuole tenere fede dei libri contabili. Al contempo fu un sostenitore aperto di Henry Grattan, deputato irlandese (che non ebbe molta fortuna nelle sue imprese) la cui battaglia era incentrata sull’autonomia dell’Irlanda e sull’attribuzione del potere legislativo del parlamento. Viene da pensare che il signor politico si accattivò il Guinness soprattutto grazie ad una proposta di legge per ridurre le tasse sulla birra (i buoni vecchi accordi politici, che bellezza!). I due avevano anche idee comuni riguardo l’emancipazione dei cattolici, anche se il furbo Guinness da buon imprenditore si tenne fuori dalla grande rivolta del 1798 contro il Regno Unito organizzata dagli “United Irishmen” (da cui si tenne lontano anche Grattan per divergenze di pensiero, era uno pacifico). Dal ’97 al ’99 allargò notevolmente la fabbrica e chiamò come consoci i Purser, già produttori londinesi di birra Porter da lunghi anni e poi bloccò la produzione di ale per spostare le risorse dell’impresa solo alla produzione della birra scura. Morì dopo questa lunga vita felice nel 1803, mentre l’azienda continuò e continua a prosperare.

*La famiglia Guinness ha sempre dichiarato di discendere la potente clan dei Magennis, ma la cosa non fu mai dimostrata, quello che adesso si sa grazie alle prove sul DNA è che loro sono probabilmente discendenti dei McCartans, parenti stretti dei Magennis. Quindi la loro nobile origini è salva, qualcuno vada a tranquillizzarli per favore…

**Probabilmente sarà stato educato da precettori privati

P.S Il Guinness dei Primati fu ideato dall’amministratore delegato dell’impresa nel 1951 ed il nome fu mantenuto anche quando i due marchi non ebbero più rapporti per reciproca convenienza.

Frammenti d’Erasmus

Entschuldigen, ich konnte das auch auf Deutsch schreiben, aber ist zu schwer und ich habe keine Zeit…

Più scrivevo un riassunto dell’ Erasmus, più avevo voglia di cancellare tutto e di ricominciare. Ho deciso che vi racconterò questi dieci mesi attraverso pochi frammenti. Buona lettura! 

-Domani si va in scena, sono felice perché questa volta la mia parte è più grande e complessa e con Andoni c’è una buona intesa. Farò errori di grammatica, questo è inevitabile, ma l’importante è che mi faccia capire (cosa che ho sempre fatto, in qualche modo). La scena sulla dittatura è difficile,  potrebbe essere fraintesa e temo che gli amici rideranno solo vedendo noi in quelle pose. Recitare in tedesco è snervante e la difficoltà ad esprimersi come si vuole è grande. Mah, speriamo bene…

-Il rumore dei miei passi sulla neve fresca si confonde con il cinguettio degli uccelli, questo è il segno che tra poco verrà l’alba, anche se il buio è ancora il padrone assoluto. Il freddo mi entra nelle ossa e questa giacca è troppo leggera, per fortuna casa è molto vicina. Tutte le finestre dei palazzi attorno a me sono spente. A volte mi chiedo a cosa porteranno questi incontri, finiscono sempre nello stesso modo… Passiamo ore ed ore a litigare, urlando nella notte senza ragione, ma più mi sforzo a non farlo più e più ho bisogno di vederla. Che poi litigare in 4 lingue diverse ha il suo indubbio fascino, puoi essere molto più creativo nelle frasi… Non capisco se lei prende in giro me o io prendo in giro lei (e me stesso), probabilmente entrambe le cose, ma lo facciamo senza malizia…  Quando poi io poi me ne vado, lei mi ferma,  poi  si ripete di nuovo tutto, come se fosse uno strano rituale stregonesco. Forse è destino, forse entrambi adesso abbiamo bisogno di questo, di sfogarci litigando. Ma è indubbio che sia una cosa alquanto curiosa…

-Sono con Carlos seduto sulle panchine di fronte casa a chiacchierare, il gusto pastoso della Rochefort copre quasi anche i pensieri…  E’ una splendida giornata di inizio estate, la luce alle 19.30 è ancora forte e noi due ce la godiamo tutta. Mi ha detto che andrà a Berlino a vedere il Bundestag e non potremo andare ad Amsterdam, beato lui, ma poco male, ne approfitto per studiare… Mando giù un altro sorso. Mentre parliamo ci dobbiamo spesso interrompere per salutare quelli che passano. Un gruppetto gioca a ping-pong, mi pare siano i palestinesi. Parliamo del futuro, di politica, di cazzate, come sempre.  Lo guardo, non si direbbe mai che sia Brasiliano, biondo scuro, bassino, magro, al primo sguardo un tipo ordinario ed invece no. Il maledetto ha una parlantina tale da convincere un cieco a farsi una corsa di formula 1ed infatti ha successo con le ragazze. Arriva Diego, comincia a raccontarci una situazione pazzesca, di quelle in cui ci mettiamo di solito e poi arriva anche Roman. Non abbiamo legato da molto tempo, ma non ce ne importa poi molto del tempo.  Cazzo! Mi aspettano i Toscani! Finisco la birra e vado. 

-La prima cosa che ti colpisce del Kuckuck è l’odore: strano, pesante, anche perché i bagni sono quello che sono… Quando entri nella sala della posta del palazzo comune pensi: “Che posto tremendo per farci un locale”, poi vedi la porta nera, aperta, con la scritta in rilievo a cui mancano delle lettere e vieni subito investito dal rosso cupo delle pareti e dalla vista di tutte quelle bottiglie di alcolici. C’è qualche tavolo, delle panche su cui ballare, dei divanetti e soprattutto un’enorme tariffario, i prezzi sono tremendamente bassi… Poi pensi che non ci sono finestre e che le uscite di sicurezza sono un bel sogno, ma dopo qualche shot ogni problema è presto dimenticato. Io quel locale lo amo, è senza dubbio squallido, ma ha un suo indubbio fascino, non decadente, ma metropolitano, studentesco. Il primo giorno che ci sono entrato avevo appena conosciuto gli altri ed ero spaesato, quindi come tutti mi sono dedicato a socializzare, aiutato da una sana dose di birra e tequila, che non  guastano mai… Sarei risultato simpatico ed avrei fatto amicizia? Chissà. Avrei trovato l’amore? Forse. Mi sarei fatto la bonazza che ballava sul cubo? Magari… Sarei rimasto solo per tutto l’anno? Penso proprio di no.

-Siamo in viaggio da due settimane, oggi è l’ultimo giorno ed ho visitato l’est Europa, carica di storia e di regni ed imperi che vivono solo nel ricordo. Purtroppo non ho potuto vivere Budapest come volevo, niente pomeriggio alle terme, niente visita ai musei, ma il parlamento meritava. Nonostante questo, la città mi ha fatto suo, mi ha preso e il cibo ha fatto la sua parte… A Vienna non siamo riusciti ad andare all’Opera, che peccato.  Della compagnia sono il solo italiano, gli altri sono tutti spagnoli. E’ fantastico stare in mezzo a gente che ha tradizioni diverse dalle tue, ma anche snervante. Spesso ci prendiamo in giro sulle rispettive tradizioni e lingue, ma fa parte del gioco. Comunque sto male, sono le 6 del mattino ed alle 10 abbiamo l’aereo per Stoccarda. Ho acido solforico nello stomaco. Mi lancio sofferente sullo zaino per prendere le medicine, cose che capitano… Ma qualche bestemmia mi scappa lo stesso.

-Sono ore che studio, studio, studio e studio… Non ne posso più. Certo ho iniziato tardi, mi ero ripromesso di studiare poco ma costantemente ed invece sto studiando nell’ultimo periodo utile, ma l’importante è superare gli esami. E’ un fatto di orgoglio, infatti in Erasmus si deve anche apprendere, non solo distruggersi. Ogni tanto in giro per la biblioteca becco gli altri, il Kuckuck in questi giorni sarà deserto.

-Non sto capendo quello che dice… E’ mezz’ora che sproloquia, forse se annuisco ogni tanto con fare interessato e tra cinque minuti gli dico che devo andare in bagno mi lascerà in pace e potrò andare a salutare i polacchi…

-La cucina è un disastro… 70 persone in cucina forse sono un po’ troppe: il pavimento si è trasformato in una sorta di palude, ci sono bicchieri e bottiglie ovunque, le macchie di vino arrivano dalla cucina alla mia camera, ce ne sono anche in bagno. Mamma mia che mal di testa, non riesco a stare in piedi, ma devo comunque pulire tutto. Questa è sicuramente l’ultima volta che mi ubriaco, non mi ricordo molto… anche se non penso che poi il fine serata mi sia andato male, sono proprio un vecchio volpone… Non ero nemmeno così sbronzo, forse.

-La musica costruisce delle splendide ed eteree cattedrali barocche che poi si dissolvono dopo pochi secondi, Ste  è seduta accanto a me e sembra altrettanto rapita, anche Miriam e Giò. E’ stata una buona idea venire al concerto, questo quartetto è fantastico. L’idea di passare poi dalla dimensione celestiale in cui mi trovo ora all’inferno vizioso e fumoso del kuckuck dopo, mi mette i brividi. Ma si deve fare tutto, nutrire l’intelletto e nutrire l’anima affamata di vizi. La sala non è bellissima devo ammettere, è molto seriosa, poco accogliente, le decorazioni ispirano la forza e la rigida eleganza prussiana, ma non hanno quel frammento di anima allegra e caotica dell’architettura italiana. Tuttavia il palazzo è affascinante, potente.

– Ho appena accompagnato in stazione i miei genitori e mia sorella, adesso mi godo l’alba sul Neckar, guardando la Hölderlin Turm. Ci sono poche persone in giro per fortuna, qualcuno corre sul sentiero nel parco, un barbone si beve un goccio di birra su una panchina ed io aspetto il bus stranamente in ritardo. 

P.s Sarebbe impossibile scrivere di tutte le esperienze che ho vissuto e di cosa mi abbiano trasmetto le persone che ho conosciuto, non ci riuscirei nemmeno in un libro in 50 volumi, non saprei da dove cominciare. Quindi voi che leggete e che siete stati miei compagni in quest’esperienza sappiate che vi penso e che è stato un piacere conoscervi. Questo è dedicato a voi!

Matrimonio: che follia!

Dopo una lunga pausa oggi finalmente aggiorno il blog, prima di perdere definitivamente quei 4 lettori che trovano piacevole leggerlo (che ringrazio sentitamente!).  Questo periodo è stato un po’ movimentato, ho alcuni progetti che vorrei cercare di portare a termine e di cui non parlo per scaramanzia, ho studiato per due esami (economia che tu sia maledetta e diritto tributario che tu possa essere meno noioso di quello che attualmente sei), di cui uno superato lunedì e l’altro invece è tra qualche giorno. L’estate è finita e sto riprendendo i vecchi ritmi di studio. Purtroppo facebook è una distrazione tremenda, uno strumento del demonio…  Vi annuncio, anche se la cosa non è che vi importi poi neanche minimamente, che a breve mi iscriverò in palestra per cacciar via una poco elegante pancetta che rovina il mio magnifico (prrr) aspetto…

In Sicilia infuria la campagna elettorale e sembra un tutto contro tutti, una grande ammucchiata in cui tutti stanno attenti a proteggersi il didietro (peraltro molti non riuscendoci…). Ma la cosa non è molto importante, i siciliani come da qualche millennio a questa parte troveranno il modo di farcela.

 

Oggi voglio prendere d’assalto una delle fortezze più inattaccabili del comune pensare… Una cosa che mi fa venire l’orticaria solo a pensarci ed al cui confronto tutto il resto è polvere. Questa cosa (non posso definirla in altro modo) vanta a sua difesa intere legioni di dolci donzelle cresciute a telefilm e favole,  trae forza dal principio dello scarica barile e da quello dell’amore della pace” (di cui sono seguaci la quasi totalità degli esseri umani di sesso maschile, me compreso) e soprattutto serve da palcoscenico a quelle superstar di nome Nonvoglio Sfigurare e Voglia Diapparire… Queste due belle signorine alimentano il nostro narcisismo e se non sono ben controllate finiscono per influenzare ogni azione della nostra vita quotidiana, altresì (questa parola  è solo per te, caro Francesco) è manifesto che i luoghi in cui loro si baloccano come pazze sono le cerimonie, di tutti i tipi. Ma io non contesto le occasioni formali, anzi mi piacciono, adoro stare in giacca e cravatta e mi piace stuzzicare lievemente il mio ego, ma poi si arriva all’esagerazione, allo sputtanamento del senso stesso di cerimonia. Una sera a cena, ad esempio, è uscito il discorso di matrimoni e lauree e tutti sappiamo che Sicilia la formalità di certi eventi raggiunge livelli inimmaginabili e dunque quest’isola è un ottimo specchio per le comuni usanze. Probabilmente questo fenomeno andrebbe analizzato di concerto con l’idea tutta siciliana che dentro le mura private (Buttafuoco parlò di camera da letto) ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma basta che non lo si vada a dire direttamente al di fuori (che si sappia, invece per vie traverse un certo fatto non è rilevante) ma rischierei di perdermi in sofismi. Andando subito al sodo, è risaputo quali siano le tradizioni del matrimonio: organizzazione costosa e certosina da parte degli sposi, che ovviamente non devono sfigurare nel loro contesto sociale e magari imitare i matrimoni della gente importante, tutti vogliamo sentirci importanti.  Gli invitati ovviamente doneranno qualcosa per partecipare al felice momento, possibilmente costosa come un uovo fabergé, che non si deve sfigurare, i testimoni invece, in virtù dell’onore tributato loro dovranno fare un regalo molto personale (che, chissà come mai, viene comunemente inteso come il regalo più costoso di tutti… Mancanza di fantasia? O forse a causa della nostra incapacità a ritenere che un regalo di cui non abbiamo lo scontrino, possa risultare bello? Magari è solo perché questo è il modo più facile per ottenerlo). Inoltre per organizzare un matrimonio praticamente si deve aprire un mutuo, tra video, foto, ristorante(dove spesso si mangia male), chiesa, animatori, pagliacci, dj, vestiti e via seguitando…  Con gli anni la mia avversione a questo genere di cose sta crescendo come una pianta sempre più alta e robusta ed ho giurato che il mio matrimonio, se mai mi sposerò, dovrà essere il più sobrio possibile, senza spendere soldi inutilmente per locali finto-barocco-rinascimentali-liberty da arricchiti e senza creare un listino di invitato lungo quanto l’elenco della popolazione della Cina e pieno di sconosciuti. Ovviamente un matrimonio principesco in cui vengono presentati autentici capolavori culinari ed organizzato in un posto incantevole è decisamente stimolante, lo ammetto, ma questo genere di cose le si devono lasciare a chi se lo può permettere, non solo economicamente (che prima di indebitarsi per una cena è meglio pensare al futuro, magari con quei soldi copri una parte del mutuo per la casa, o li investi), ma anche perché dotato del giusto “savoir faire” ed ovviamente anche gli ospiti dovrebbero essere all’altezza. Prima che mi lapidiate per questo profondo snobbismo vi invito a ricordarvi del buon Trimalcione ed a pensare a degli episodi di cattivo gusto che sicuramente vi saranno capitati. Una cerimonia è come un buon abito, si deve essere naturalmente dotati a saperlo portare. Non si deve certo essere miliardari modello come il tizio descritto da Wilde, ma l’emulazione spesso rischia di diventare grottesca. Inoltre io desidererei che i miei testimoni non pensassero: “oddio che palle, mi ha chiesto di fare il testimone ed ora devo spendere un sacco di soldi per il regalo e c’è anche sta crisi maledetta e le tasse che si alzano e vorrei anche pensare un po’ a me stesso”. Cosa che mi è già capitato di sentire, infatti per quanto mi riguarda potrebbero anche non regalarmi solo la presenza, una maglietta o qualche sciocchezza da niente se questa cosa è legata al nostro passato insieme, oppure una cosa preziosa se ritengono che non sia un peso per loro. Il matrimonio praticamente fa impazzire qualunque persona che ne sia toccata, anche se di striscio, come chi riceve una partecipazione, perché costui si sente in dovere di fare un regalo per non fare il pezzente… Mah… dico io, sono alquanto dubbioso, perché mai dovrei farli il regalo se non voglio? Perché passo per pezzente se non lo faccio? Non ho obblighi verso di loro, quel pezzo di carta non è un contratto mefistofelico… Quello che voglio dire in questa delirante miscellanea di frasi è che non si è obbligati dalla società a fare una cerimonia pazzesca  degna di Luigi XIV e nemmeno ad diventare folli nella preparazione. Il matrimonio per sposi e invitati deve essere un piacere. Per quel che mi riguarda andrebbe bene anche una cena tra amici.

 

P.s non voglio parlare dell’abito bianco e dei vari tipi di abito, altrimenti finirei per insultare qualcuno…

P.P.s non ho parlato delle lauree ma vale lo stesso discorso. Qui sono maledettamente formali! Molto meglio una sana bevuta fra amici e via tutti i pensieri!